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mercoledì 30 marzo 2011

Un episodio di vita vissuta.

Dal libro "virtuale" dei ricordi d'infanzia. In quel tempo, 1947 avevo 8 anni e da circa 5 anni vivevo con le zie in quanto la mia famiglia nel 1942 si era trasferita in un altro paese. Queste tre zie erano sorelle di mio padre e poiché già vivevo con loro da parecchio tempo, andavo a scuola, avevo amici e mi trovavo bene nel mio ambiente, non ha voluto portarmi con la famiglia ( peraltro abbastanza numerosa: io ero il 12° di 13 figli n.d.r.) per non causarmi traumi o modificare negativamente il mio "modus vivendi". Naturalmente ogni tanto veniva a trovarmi o andavo io durante le vacanze a trascorrere un paio di giorni con i fratelli e le sorelle; insomma i rapporti continuavano ad essere affettuosi pur vivendo in località diverse.
L'episodio che voglio raccontare si riferisce a questo periodo storico ma per capire la dinamica di quanto è accaduto, bisogna fare un passo indietro.
Prima della seconda guerra mondiale, mio padre esercitava la professione di appaltatore edile: aveva alle sue dipendenze 150 operai, di cui 30 erano donne. Quest'ultime trasportavano la sabbia con le ceste sulla testa ( vedi foto) non essendoci allora i grossi camion di oggi e poiché anche mio nonno era stato appaltatore, mio padre era considerato "figlio d'arte" per cui godeva di una elevata stima in paese che gli garantiva tanto lavoro e una certa solidità economica.
Con lo scoppio della guerra le cose sono cambiate. La vita non era più come prima e quando io avevo solo 3 anni ( 1942) la famiglia si trasferì altrove, ma prima di lasciare il paese, mio padre raccolse tutte le attrezzature che usava nelle costruzioni, come badili, carriole, martelli, tenaglie, cazzuole, catini di ferro, ponteggi, ecc. ecc. in una baracca, attigua alla casa abitata dalla famiglia prima del trasferimento, chiusa con un grosso lucchetto, nella speranza di poterle riutilizzare una volta finita la guerra. Ma non fu così! La famiglia non ritornò più per cui tutto quel materiale edilizio rimase lì inutilizzato per diversi anni. Negli anni successivi alla fine della guerra (1945 - 1949), si stentava a riprendere la vita normale: le condizioni economiche della gente erano misere e per combattere la fame ognuno cercava in qualche modo di inventarsi qualcosa per procurarsi il necessario ed anche noi, ragazzi tra gli otto e undici anni, ricordo, ci davamo da fare per trovare del ferro vecchio per poi rivenderlo e procurarci qualche lira in più rispetto a quello che ci potevano dare i nostri familiari.
Un giorno, prima della solita partitella con la palla fatta di stracci, un compagno di gioco disse:
" Oh, ragazzi! Non molto lontano da qui ho scoperto un posto dove è custodita una gran quantità di ferro, che , se riusciamo a trafugarlo, ci procurerà un sacco di soldi".
" Evviva!" - rispondemmo in coro.
" E dove si trova questo posto?"
"Qui, vicino. In una baracca a 100 metri dalla Villa Comunale. C'è da rompere un grosso lucchetto e il gioco è fatto".
" Bene - dissi io - però non mi va di rubare, farò da palo.Vi farò un fischio se vedo qualcuno che si avvicina.
" Non ti preoccupare - risposero - ci penseremo noi".
Il giorno dopo, di sera, tutti d'accordo, abbiamo messo in atto quanto avevamo stabilito il giorno prima e tutto è andato liscio. L'operazione di trafugamento continuò nei giorni successivi e alla fine siamo riusciti a racimolare quanto bastava per comprarci una palla di gomma per giocare e qualche gelato in più.
Uno dei primi giorni del mese di aprile del 1947, in prossimità della Santa Pasqua, in una delle sue abituali venute, mio padre mi chiama da parte e mi dice:
" Vieni con me! Andiamo a vedere se ancora esiste qualcosa di tutto il materiale che ho lasciato un paio d'anni fa".
" Si, andiamo!" - ho risposto, senza sapere dove.
Cammina, cammina ........... e intanto notavo che stavamo andando verso la via in cui si trovava la baracca che i miei amici avevano "visitato" qualche giorno prima e in cuor mio provavo un certo rimorso per quello che anche io avevo fatto. Giunti davanti alla baracca, mio padre si ferma, apre la porta ormai sgangherata con una semplice spinta e, con amarezza, esclama:
" Mio Dio! Hanno rubato tutto! Non è rimasto niente!".
In quel momento sono diventato pallido in viso e con un filo di voce, dissi:
" Ma perché questa baracca è nostra? E il materiale che c'era dentro era pure nostro?"
" Certo! - rispose mio padre - l'avevo lasciato prima di partire, nella speranza di ritrovarlo una volta finita la guerra e ripresa l'attività".
" Ma io non ho mai saputo che questa baracca fosse nostra. . . ." e mentre pronunciavo queste parole il rimorso s'è fatto più forte, ma pur mortificato non ho avuto il coraggio né la forza di confessargli che in qualche modo anche io avevo preso parte al furto di quel materiale.
Siamo stati un paio di minuti senza parlare; poi mio padre, avendo notato in me un certo imbarazzo, disse:
" Andiamo! Torniamo a casa! Piangere il morto, sono lacrime perse".
Questo episodio di vita vissuta, uno di quei ricordi che in altre occasioni ho definito "dormienti", si è risvegliato in occasione di un sogno fatto la scorsa notte: ho sognato mio padre che mi accarezzava amorevolmente ( io ragazzino) forse per giustificarsi per non essermi stato vicino nel periodo più delicato della mia vita oppure per cancellare definitivamente quel mio "peccato" che non ho avuto mai il coraggio di confessargli.

sabato 26 marzo 2011

Una visione di vita. . . auspicabile.

Al Capitolo II degli Atti degli Apostoli si legge:" Tutti i credenti erano umili ed avevano tutto in comune. E vendevano le possessioni e i beni e distribuivano il prezzo a tutti, secondo il bisogno di ciascuno". Questa visione di vita e di carità dei primi cristiani, che potremmo definire "comunista", non ha niente a che fare con la concezione di comunismo del XX secolo, anzi per certi aspetti le due posizioni sono antitetiche. Infatti il cosiddetto comunismo della chiesa fu una semplice raccolta in comune del denaro per una vita più spirituale, per cui quei cristiani davano il loro per motivi religiosi, per divenire cioè più spirituali, mentre i comunisti che conosciamo noi, seguendo la teoria di Carlo Marx secondo la quale tutte le concezioni ideologiche sono determinate dalle condizioni economiche, guardano alla materia e diventano materialisti. Nondimeno, parecchi cristiani, nel corso degli ultimi decenni, attratti dal miraggio di una maggiore giustizia sociale, si sono lasciati trascinare al comunismo e solo dopo la caduta del muro di Berlino (1989), grazie anche al contributo determinante di Giovanni Paolo II°, l'ideologia comunista, intesa come modello di vita di marxiana memoria, si trasformò in una forma di "comunione di obiettivi" finalizzata ad un miglior utilizzo dei beni comuni disponibili e ad una migliore distribuzione delle risorse tra i cittadini, accorciando in un certo senso la distanza ideale tra spiritualità e materialismo. Ma alla luce di quanto sta succedendo oggi intorno a noi, possiamo dire che questa forma di comunione sia la formula più idonea per una migliore giustizia sociale e un migliore sviluppo economico perequativo? La mancanza di ideologie giustifica certi comportamenti della nostra classe dirigente? Possiamo veramente affermare che nell'azione politica di chi ci governa, si possa fare a meno di principi etico-morali rispettosi di una concezione cristiana della vita? Io, nel mio piccolo, ritengo che in chi assume incarichi pubblici (in generale) la moralità dovrebbe prevalere sulle competenze tecnico-politiche in quanto, mentre la moralità dovrebbe far parte del DNA di una persona le competenze tecniche sono acquisibili nel tempo con lo studio e l'esperienza. Purtroppo in questi ultimi tempi abbiamo assistito ad un rovesciamento dei termini nel senso che i comportamenti "amorali" di personaggi pubblici hanno prevalso sulle capacità tecnico-politiche, provocando una sorta di ribellione nell'opinione pubblica che ha valicato i confini nazionali con ripercussioni negative sulla nostra immagine nel mondo. E allora, secondo me, è auspicabile una rivisitazione della visione "comunista" della vita dei primi cristiani ed operare nella gestione della "res pubblica" con umiltà e spirito di sacrificio nell'interesse primario dei cittadini, proponendo modelli di amministratori pubblici onesti, seri e competenti, che abbiano tutte le caratteristiche del buon "pater familias" con una moralità ineccepibile agli occhi dei suoi amministrati. Solo così possiamo sperare di recuperare, in termini di immagine, almeno una grossa parte di quanto in questi ultimi tempi abbiamo perduto.

lunedì 21 marzo 2011

Cronaca vera: morire senza colpe.

Bagnara, agosto 1943. Seconda guerra mondiale. A seguito di un allarme aereo, io ( avevo quasi 4 anni) insieme alle zie con le quali vivevo, abbandonata la casa, siamo andati a ripararci dalle bombe in una località di campagna, seguendo naturalmente centinaia di persone che fuggivano dal paese. Si sentiva il rombo degli aerei e l'esplosione delle bombe che cadevano a pioggia per un raggio di dieci chilometri e nei paesi circostanti. Erano gli alleati Americani ed Inglesi che, sbarcati in Sicilia, cercavano di stanare i tedeschi e cacciarli dal Sud Italia. Intanto un centinaio di persone aveva trovato rifugio in una baracca adibita di solito a ricovero delle pecore ed io ricordo di essere stato messo a riparo sotto una mangiatoia protetto dal corpo della più giovane delle tre zie. Al centro dello stanzone stava disteso insieme a tanti altri mio fratello di diciassette anni. Verso le ore 17,30 del giorno 6 agosto, una scheggia di una bomba caduta a 50 metri di distanza, attraverso una apertura va a colpire all'inguine mio fratello. Nella stanza si crea un panico indescrivibile: grida disperati, pianti, spintoni nel tentativo di uscire fuori, urla di bambini, mamme che chiamano i figli, ecc. insomma un fuggi fuggi generale per la grande paura di essere diventati bersaglio degli aerei. Poco dopo, tornata una apparente calma, si scopre che mio fratello stava perdendo molto sangue; si è tentato di fermare l'emorragia, ma dato il punto in cui era stato ferito, la legatura è servita ben poco. Allora una delle mie zie, con molto coraggio sotto le bombe, ritorna in paese a cercare aiuto o quanto meno un mezzo di trasporto per soccorrere il nipote ferito. Incontra tanta gente, ma nessuno le da ascolto. Incontra persino alcuni tedeschi in ritirata con una autoblindo e rischiando la vita chiede anche a loro aiuto. Niente, nessuno le da ascolto. Piangente e particolrmente affranta fa ritorno nella baracca, dove mio fratello continuava a perdere sangue e a lamentarsi per il forte dolore. L'agonia è durata fino alle ore 5 del mattino seguente (giorno 7 agosto 1943) e quando ormai sentiva che si avvicinava la fine, le sue ultime parole, rivolgendosi alle zie, sono state: " Vi raccomando Natalino ......" e spirò. Nella baracca eravamo rimasti solo noi perché tutti gli altri erano scappati per dirigersi verso una delle gallerie della ferrovia per ripararsi dalle bombe che contunuavano a cadere. Anche noi dovevamo abbandonare quel posto, ma prima di lasciare definitivamente la baracca, due delle mie zie, incuranti del pericolo che correvano, vanno a casa; prendono una cassapanca; la svuotano della biancheria e tenendola sulla testa la portano nella baracca; vi depositano il corpo esanime di mio fratello, al quale però rimangono i piedi fuori essendo la cassapanca più corta rispetto alla sua altezza e lo lasciano sul bordo della strada con l'intento di tornarci per dargli una degna sepoltura una volta terminato il bombardamento. Intanto nel paese dove si era trasferita qualche anno prima la mia famiglia, correva la voce che a Bagnara c'era stato un bombardamento con centinaia di morti. Mio padre, con mezzi di fortuna arriva a Bagnara col batticuore e domanda a quanti incontra notizie dei suoi familiari. Vaga da una parte all'altra e ad un certo punto nota sul ciglio della strada dei piedi di un uomo che fuoriescono da una cassapanca; non alza il coperchio, ma esclama: "Poveretto, lasciato qui senza una cristiana sepoltura" e continua le sue ricerche. Dopo tanto peregrinare, finalmente un conoscente gli dice che le sorelle si sono rifugiate nella galleria e di corsa va a cercarle. Nel vedere il fratello, le mie zie piangendo raccontano l'accaduto " .... allora in quella cassapanca che ho visto sul ciglio della strada , c'era mio figlio?"- esclama - e avendo ricevuto risposta affermativa, scoppia in un pianto sconsolato. (Dopo una decina di giorni, accompagnato nel suo ultimo viaggio da parenti ed amici, scampati miracolosamente ai bombardamenti il poveretto ha avuto una degna sepoltura n.d.r.). Quanto sopra esposto, mi è stato raccontato dalle zie quando avevo circa 10 anni ( 61 anni fa); un giorno ho chiesto loro perché erano sempre vestite di nero e nel darmi la risposta, mi hanno raccontato tutto. Questa dolorosissima pagina della mia vita, che avevo relegato in un angolo nascosto della mia memoria, è venuta fuori a seguito dei bombardamenti degli aerei del dittatore Gheddafi sulla popolazione civile libica dei giorni scorsi, che hanno causato la morte di centinaia di persone innocenti che sognavano solo di vivere in un Paese libero e democratico.

venerdì 18 marzo 2011

Fumare: una schiavitù autoimposta.

Nei giorni scorsi, mi è capitato tra le mani un libro molto interessante dal titolo "E' facile smettere di fumare se sai come farlo" di Allen Carr e la mia curiosità, da ex fumatore, mi ha spinto a leggere alcune pagine che ho trovato interessanti ed utili specialmente per coloro che ritengono sia impossibile smettere di fumare. Sentite cosa scrive Allen Carr "..... l'uomo ha lottato per decenni per abolire la schiavitù, eppure il fumatore trascorre la sua esistenza in una schiavitù che si infligge da solo. Sembra dimenticarsi del fatto che, quando può fumare, vorrebbe essere un non fumatore, per cui la maggior parte delle sigarette che fuma non solo non gli piacciono ma non si rende conto che le sta fumando ed è solo dopo un periodo di astinenza che si illude di gustare la sigaretta" E' proprio vero! Da parecchi anni ormai in tutti i luoghi pubblici o aperti al pubblico è vietato fumare ed anche in casa di amici o parenti il fumatore incallito cerca disperatamente il portacenere sperando di trovarvi già dei mozziconi. In caso negativo cercherà di resistere e, se non ce la farà, chiederà ai presenti il permesso di poter fumare una sigaretta, ma non sempre gli viene concesso o il più delle volte gli viene concesso a malincuore per cui se già si sentiva in colpa a quel punto prova vergogna. " Da quando ho smesso di fumare - sostiene l'autore - una delle mie grandi gioie è essere libero dalla schiavitù, poter godere della vita nella sua totalità, senza passare metà del tempo desiderando una sigaretta e, dopo averla accesa, pentendomi di averlo fatto". Ecco, questo messaggio " libero dalla schiavitù" dovrebbe far riflettere anche se qualcosa nella società moderna sta cambiando; oggi si sa che il fumo uccide, però si continua a permettere alle Multinazionali del tabacco di produrre e commercializzare sigarette di ogni forma e tipo o addirittura di sponsorizzare eventi sportivi. Secondo Allen Carr c'è una contaddizione di fondo in tale comportamento e cioè da una parte usiamo tutti i mezzi di comunicazione per divulgare il messaggio che chi fuma diventa "schiavo" e dall'altra permettiamo che i nostri giovani si distruggano fisicamente e mentalmente attraverso una cultura contraddittoria che non aiuta ad impedire loro di cascare nella trappola. A questo punto la domanda nasce spontanea avrebbe detto Antonio Lubrano: Cosa bisogna fare per evitare tutto ciò? Secondo me, è necessario intensificare con chiarezza gli sforzi, mediante iniziative, conferenze, dibattiti, mezzi di comunicazione audio-visivi, ecc. ecc. se si vuole che le nuove generazioni siano definitivamente liberati da questa forma di schiavitù autoimposta e pericolosissima sotto ogni aspetto, che impedisce di vivere una vita sana, dinamica e libera. Ritengo, pertanto, che a tale obiettivo si può arrivare, a condizione che la campagna contro il fumo ( e aggiungo la droga) continui ad essere uno dei principali temi di discussione tra i giovani e di divulgazione mediatica tra Enti, Associazioni, Organismi socio-sanitari, forze politiche ecc.ecc. finalizzato a far conoscere in maniera più incisiva i danni irreparabili che sia il fumo che la droga procurano all'organismo umano. Si può affermare che la vita è bella, solo se vissuta con la mente lucida e il corpo sano; la vita diventa un inferno, se violentata e schiavizzata da pseudo-farmaci ( droghe) o prodotti ( tabacco) che la rendono invivibile, ai margini di una società civile e culturalmente progredita. Negli ultimi 10 anni, secondo le statistiche, il consumo mondiale di tabacco e di droghe è calato di qualche punto percentuale, grazie alla politica di informazione adottata dai vari Stati, ma per ottenere risultati più consistenti non bisogna abbassare la guardia, ma intensificare gli sforzi per mettere la parola fine ad una delle più gravi piaghe della società moderna e liberare così le nuove generazioni da una forma di schiavitù autoimposta che necessariamente le porterà al disfacimento delle loro capacità fisiche e mentali con ripercussioni devastanti per l'intero genere umano. Questo obiettivo nell'arco di qualche decennio potrà essere raggiunto: è necessario combattere con determinazione gli spacciatori, speculatori ed operatori di morte che per denaro non si fanno scrupoli ad avvelenare e distruggere in maniera subdola e crudele la vita dei nostri figli.Perciò una volta per tutte diciamo: Basta col fumo! Basta con la droga!

giovedì 17 marzo 2011

150° Anniversario dell'Unità d'Italia.



Italia 1861 - 2011
Quale cittadino di questa meravigliosa nazione, l'Italia Unita, culla di civiltà, arte, cultura e solidarietà, oggi 17 marzo 2011,festa nazionale, sento il dovere di esprimere i migliori Auguri per i suoi 150 anni di unità nazionale con l'auspicio che questo mio sentimento sia condiviso da tutti gli Italiani, dalle Alpi a Lampedusa, e da tutti coloro che amano la pace, la libertà e la democrazia.
Viva l'Italia Unita !







mercoledì 16 marzo 2011

Un pensiero e un ricordo.

Oggi 16 marzo 2011, mio fratello Totò avrebbe compiuto 70 anni. A Lui va il mio pensiero commosso e il mio ricordo affettuoso nella consapevolezza che la Vita, intesa come dono di Dio, non può finire nel buio di una tomba, ma continua ad esistere in un'altra dimensione e in un'altra luce che va aldilà di ogni nostra immaginazione. Per noi credenti la morte fisica non spezza i legami affettivi con chi resta ed è per questo che la sua immagine, il suo sorriso e il suo ricordo, scolpiti in maniera indelebile nei nostri cuori, lo fanno sentire vicino e presente in ogni istante della nostra vita. E proprio oggi, con questa certezza nel cuore, voglio dedicare a Lui, attraverso facebook, un mio personale ed affettuoso ricordo, sicuro che molti miei amici che l'hanno conosciuto e stimato, condivideranno con me questo momento di profonda commozione." Caro fratello! La tua luce continua a brillare come una stella nel firmamento della signorilità, che Ti ha distinto nel corso della Tua vita terrena e Ti ha fatto amare da quanti Ti hanno conosciuto. Non dimenticare che sei stato un valente Comandante per cui, anche senza gradi e mostrine, continua a vigilare dall'alto sui tuoi cari e su quanti Ti hanno voluto bene. Auguri,Totò ! Festeggia oggi il tuo 70° compleanno insieme alla Mamma e a Papà; i fratelli Giuseppe e Salvatore; le sorelle Anna, Vincenza e Amalia che certamente avrai ritrovato nella gloria del Cielo. Ciao. Tuo fratello Natalino"