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lunedì 21 marzo 2011

Cronaca vera: morire senza colpe.

Bagnara, agosto 1943. Seconda guerra mondiale. A seguito di un allarme aereo, io ( avevo quasi 4 anni) insieme alle zie con le quali vivevo, abbandonata la casa, siamo andati a ripararci dalle bombe in una località di campagna, seguendo naturalmente centinaia di persone che fuggivano dal paese. Si sentiva il rombo degli aerei e l'esplosione delle bombe che cadevano a pioggia per un raggio di dieci chilometri e nei paesi circostanti. Erano gli alleati Americani ed Inglesi che, sbarcati in Sicilia, cercavano di stanare i tedeschi e cacciarli dal Sud Italia. Intanto un centinaio di persone aveva trovato rifugio in una baracca adibita di solito a ricovero delle pecore ed io ricordo di essere stato messo a riparo sotto una mangiatoia protetto dal corpo della più giovane delle tre zie. Al centro dello stanzone stava disteso insieme a tanti altri mio fratello di diciassette anni. Verso le ore 17,30 del giorno 6 agosto, una scheggia di una bomba caduta a 50 metri di distanza, attraverso una apertura va a colpire all'inguine mio fratello. Nella stanza si crea un panico indescrivibile: grida disperati, pianti, spintoni nel tentativo di uscire fuori, urla di bambini, mamme che chiamano i figli, ecc. insomma un fuggi fuggi generale per la grande paura di essere diventati bersaglio degli aerei. Poco dopo, tornata una apparente calma, si scopre che mio fratello stava perdendo molto sangue; si è tentato di fermare l'emorragia, ma dato il punto in cui era stato ferito, la legatura è servita ben poco. Allora una delle mie zie, con molto coraggio sotto le bombe, ritorna in paese a cercare aiuto o quanto meno un mezzo di trasporto per soccorrere il nipote ferito. Incontra tanta gente, ma nessuno le da ascolto. Incontra persino alcuni tedeschi in ritirata con una autoblindo e rischiando la vita chiede anche a loro aiuto. Niente, nessuno le da ascolto. Piangente e particolrmente affranta fa ritorno nella baracca, dove mio fratello continuava a perdere sangue e a lamentarsi per il forte dolore. L'agonia è durata fino alle ore 5 del mattino seguente (giorno 7 agosto 1943) e quando ormai sentiva che si avvicinava la fine, le sue ultime parole, rivolgendosi alle zie, sono state: " Vi raccomando Natalino ......" e spirò. Nella baracca eravamo rimasti solo noi perché tutti gli altri erano scappati per dirigersi verso una delle gallerie della ferrovia per ripararsi dalle bombe che contunuavano a cadere. Anche noi dovevamo abbandonare quel posto, ma prima di lasciare definitivamente la baracca, due delle mie zie, incuranti del pericolo che correvano, vanno a casa; prendono una cassapanca; la svuotano della biancheria e tenendola sulla testa la portano nella baracca; vi depositano il corpo esanime di mio fratello, al quale però rimangono i piedi fuori essendo la cassapanca più corta rispetto alla sua altezza e lo lasciano sul bordo della strada con l'intento di tornarci per dargli una degna sepoltura una volta terminato il bombardamento. Intanto nel paese dove si era trasferita qualche anno prima la mia famiglia, correva la voce che a Bagnara c'era stato un bombardamento con centinaia di morti. Mio padre, con mezzi di fortuna arriva a Bagnara col batticuore e domanda a quanti incontra notizie dei suoi familiari. Vaga da una parte all'altra e ad un certo punto nota sul ciglio della strada dei piedi di un uomo che fuoriescono da una cassapanca; non alza il coperchio, ma esclama: "Poveretto, lasciato qui senza una cristiana sepoltura" e continua le sue ricerche. Dopo tanto peregrinare, finalmente un conoscente gli dice che le sorelle si sono rifugiate nella galleria e di corsa va a cercarle. Nel vedere il fratello, le mie zie piangendo raccontano l'accaduto " .... allora in quella cassapanca che ho visto sul ciglio della strada , c'era mio figlio?"- esclama - e avendo ricevuto risposta affermativa, scoppia in un pianto sconsolato. (Dopo una decina di giorni, accompagnato nel suo ultimo viaggio da parenti ed amici, scampati miracolosamente ai bombardamenti il poveretto ha avuto una degna sepoltura n.d.r.). Quanto sopra esposto, mi è stato raccontato dalle zie quando avevo circa 10 anni ( 61 anni fa); un giorno ho chiesto loro perché erano sempre vestite di nero e nel darmi la risposta, mi hanno raccontato tutto. Questa dolorosissima pagina della mia vita, che avevo relegato in un angolo nascosto della mia memoria, è venuta fuori a seguito dei bombardamenti degli aerei del dittatore Gheddafi sulla popolazione civile libica dei giorni scorsi, che hanno causato la morte di centinaia di persone innocenti che sognavano solo di vivere in un Paese libero e democratico.

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