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sabato 26 marzo 2011

Una visione di vita. . . auspicabile.

Al Capitolo II degli Atti degli Apostoli si legge:" Tutti i credenti erano umili ed avevano tutto in comune. E vendevano le possessioni e i beni e distribuivano il prezzo a tutti, secondo il bisogno di ciascuno". Questa visione di vita e di carità dei primi cristiani, che potremmo definire "comunista", non ha niente a che fare con la concezione di comunismo del XX secolo, anzi per certi aspetti le due posizioni sono antitetiche. Infatti il cosiddetto comunismo della chiesa fu una semplice raccolta in comune del denaro per una vita più spirituale, per cui quei cristiani davano il loro per motivi religiosi, per divenire cioè più spirituali, mentre i comunisti che conosciamo noi, seguendo la teoria di Carlo Marx secondo la quale tutte le concezioni ideologiche sono determinate dalle condizioni economiche, guardano alla materia e diventano materialisti. Nondimeno, parecchi cristiani, nel corso degli ultimi decenni, attratti dal miraggio di una maggiore giustizia sociale, si sono lasciati trascinare al comunismo e solo dopo la caduta del muro di Berlino (1989), grazie anche al contributo determinante di Giovanni Paolo II°, l'ideologia comunista, intesa come modello di vita di marxiana memoria, si trasformò in una forma di "comunione di obiettivi" finalizzata ad un miglior utilizzo dei beni comuni disponibili e ad una migliore distribuzione delle risorse tra i cittadini, accorciando in un certo senso la distanza ideale tra spiritualità e materialismo. Ma alla luce di quanto sta succedendo oggi intorno a noi, possiamo dire che questa forma di comunione sia la formula più idonea per una migliore giustizia sociale e un migliore sviluppo economico perequativo? La mancanza di ideologie giustifica certi comportamenti della nostra classe dirigente? Possiamo veramente affermare che nell'azione politica di chi ci governa, si possa fare a meno di principi etico-morali rispettosi di una concezione cristiana della vita? Io, nel mio piccolo, ritengo che in chi assume incarichi pubblici (in generale) la moralità dovrebbe prevalere sulle competenze tecnico-politiche in quanto, mentre la moralità dovrebbe far parte del DNA di una persona le competenze tecniche sono acquisibili nel tempo con lo studio e l'esperienza. Purtroppo in questi ultimi tempi abbiamo assistito ad un rovesciamento dei termini nel senso che i comportamenti "amorali" di personaggi pubblici hanno prevalso sulle capacità tecnico-politiche, provocando una sorta di ribellione nell'opinione pubblica che ha valicato i confini nazionali con ripercussioni negative sulla nostra immagine nel mondo. E allora, secondo me, è auspicabile una rivisitazione della visione "comunista" della vita dei primi cristiani ed operare nella gestione della "res pubblica" con umiltà e spirito di sacrificio nell'interesse primario dei cittadini, proponendo modelli di amministratori pubblici onesti, seri e competenti, che abbiano tutte le caratteristiche del buon "pater familias" con una moralità ineccepibile agli occhi dei suoi amministrati. Solo così possiamo sperare di recuperare, in termini di immagine, almeno una grossa parte di quanto in questi ultimi tempi abbiamo perduto.

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