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martedì 25 novembre 2014

Zanna come Marley

Domenica scorsa, guardando il film "Io & Marley" su Canale 5, ho rivissuto l'esperienza fatta con Zanna, la mia cagnetta (vedi foto) morta nel 1995, ma sempre presente nella mia mente come fosse una persona di famiglia. Zanna ha vissuto in casa mia quasi 9 anni e, non mi vergogno a dirlo, quando è morta ho pianto; non solo, ma ho scritto per lei una canzone, che molto spesso ripropongo a me stesso con la tastiera o al pianoforte. Dovete sapere che prima che Francesco, mio figlio, con altri suoi amici, la portasse a casa, non volevo assolutamente animali, non perché non li amassi, ma perché non avendo un giardinetto o uno spazio idoneo, pensavo che potessero soffrire, ma quando l'ho vista tutta tremante per il freddo (era febbraio 1987) mi ha subito conquistato. Era talmente bella che subito,insieme a mia moglie, ho allestito una specie di culla; preparato una ciotola di latte caldo con biscotti e da qual giorno ci siamo tutti affezionati a lei come fosse un nuovo componente della famiglia. Molte scene del film, molti comportamenti di Marley, erano simili a quelli di Zanna, specialmente quando combinava scompiglio dentro casa. La portavo sempre con me, anche quando si andava a trovare i parenti fuori Bagnara: era la prima a salire in macchina e l'ultima a scendere. La sera la portavo nella Villa comunale e qui all'Ave  Maria, al suono delle campane, si fermava, si girava verso la Chiesa e emetteva dei lamenti simili ad una preghiera fino a quando le campane  non smettevano di suonare, poi riprendeva a correre. Un giorno, sempre nella villa, stavo insieme a  Marcello Scordo chiacchierando del più e del meno quando Zanna mi si avvicina, mi tira il braccio come per dirmi"ritorniamo a casa"; io continuavo a chiacchierare, lei ritorna, ripete lo stesso gesto e vedendo che io non le davo ascolto, si avvia verso casa da sola. Dopo circa 10 minuti io e Marcello ci salutiamo e non vedendola anch'io mi avvio verso casa:  Prima di entrare, però, chiedo a mia moglie se Zanna  per caso era in casa e lei, facendomi segno di SI, mi tranquillizza, evitandomi di andare a cercarla. Questo è solo uno dei tanti episodi.  Sono stati nove  anni indimenticabili nonostante  i danni che mi ha procurato ( il salotto rovinato, i cuscini del dondolo fatti a brandelli, piante del terrazzo distrutte, ecc. ecc.). Ancora oggi, a distanza di quasi venti anni dalla sua morte, mi commuovo pensando a lei e il film di domenica sera mi ha fatto rivivere una bella esperienza di un periodo altrettanto bello della mia vita.    

sabato 22 novembre 2014

Il vestito nuovo

Oggi  riporto in questo mio blog una novella scritta da Hans Christian Andersen, che completa il ciclo di storielle con una morale finale, meritevole di attenta riflessione.
C'era una volta un re molto vanitoso, il quale non pensava ad altro che ad indossare gli abiti dei migliori sarti del suo reame.Un giorno gli si presentarono due imbroglioni che gli dissero:"Noi siamo capaci di confezionarti un vestito così bello che mai nessuno ne ha portato l'eguale. Però, se la persona  che vi posa lo sguardo è stolta, o non è degna del posto che occupa, non riuscirà a vederlo. Solo chi è intelligente e saggio lo potrà vedere". Il re aderì entusiasta e ordinò subito il vestito nuovo.Diede loro tutto il necessario e dopo alcuni giorni mandò il suo primo ministro a domandare se il vestito fosse pronto I sedicenti sarti risposero di si e mostrarono all'inviato del re un angolo con alcune stampelle, ma del vestito nessuna traccia. Sapendo il ministro che l'indumento sarebbe rimasto invisibile agli inetti e agli stolti, fece finta di vederlo e ne lodò  a lungo l'originalità, i drappeggi e i colori. Ritornò dal re e riferì che il vestito era pronto descrivendolo nei particolari e magnificando l'operato dei sarti.
Il re ordinò che gli fosse portato. Arrivarono i sarti con sagome e stampelle, sulle quali ovviamente non c'era nulla.Ma anche il re per non fare brutta figura, osservò che il vestito era meraviglioso, anzi lo avrebbe indossato subito e sarebbe uscito per la città in parata. Si fece togliere ciò che indossava e si lasciò "rivestire" dai finti sarti; poi con tanto di dignitari, cortigiani, fanfara,scorta e musicanti, uscì per la città.Intanto la notizia si era diffusa in un battibaleno e le vie,i balconi,le piazze erano gremite da non dirsi.E tutti, dignitari e popolo,non facevano che osannare il vestito nuovo del re. Ma all'improvviso un bambino tra la folla si mise a gridare:"Guardate, guardate, il re va in giro per la strada nudo!" Allora tutti si guardarono in faccia e cominciarono a bisbigliare e poi a ridere a crepapelle. E il sovrano, rosso di vergogna, si ritirò di corsa nella reggia. C'era voluta la trasparenza di un bambino per smascherare un'intera parata di ipocrisia.
Morale della favola:
Molto spesso la vanità gioca brutti scherzi, se mascherata dalla ipocrisia.

sabato 15 novembre 2014

Il vescovo e il brigante

Siamo in prossimità delle feste natalizie e ogni anno in questo periodo si pensa ai regali da fare agli amici e parenti. Non ha importanza cosa si regalerà, ma è importante donare l'oggetto con animo sincero e disinteressato. Solo così il dono che faremo a Natale acquisterà valore, indipendentemente dal suo effettivo costo di mercato. A proposito di regali, leggete la storiella che segue. C'era  un brigante che da molto tempo era ricercato. Un giorno si travestì e andò in città. Le guardie lo riconobbero e lo inseguirono, ma il brigante riuscì a fuggire e di gran corsa arrivò al palazzo del vescovo. Entrò e chiese di parlare col vescovo. Il prelato lo ricevette e gli domandò il motivo della visita. Il brigante rispose:"Sono un brigante e le guardie mi stanno inseguendo; nascondimi o ti uccido". Il vescovo rispose:"Io sono vecchio non temo la morte, ma ho pietà per te; vai in quella stanza; sei stanco, riposa e intanto io ti porto da mangiare". Le guardie non entrarono nel palazzo del vescovo e il brigante rimase lì a passare la notte. Il vescovo, prima di andare a letto, gli disse:"Provo compassione nel vedere che hai freddo, hai fame, sei inseguito  come un lupo; ma più di tutto mi fai pena per il tanto male che hai compiuto e per l'anima tua che stai mandando in perdizione. Smetti di agire da malvagio". Il brigante rispose:" No, ormai non posso più vincere l'abitudine di fare il male; da brigante ho vissuto e da brigante morirò". Il vescovo lo lasciò e andò a dormire, dopo aver spalancato tutte le porte delle stanze. Durante la notte il brigante si mise a girare, meravigliandosi che il vescovo avesse lasciato tutte le porte aperte. Cominciò a guardare qua e là e alla fine decise di prendere un candelabro d'argento dal quale poteva ricavare un gruzzoletto, e la mattina dopo se ne andò. Le guardie che non si erano allontanate dal palazzo, lo catturarono e trovandogli addosso il candelabro decisero di andare dal vescovo per avere la conferma del furto ed arrestare il malvivente. Alla domanda di una delle guardie " è vostro questo oggetto" il vescovo rispose "SI, è mio". Andò in un'altra stanza, prese l'altro candelabro rimasto, uguale a quello in mano alla guardia, lo diede al brigante e disse:"Figliolo, perché hai preso un candelabro solo?; eppure io te li avevo regalato tutti e due!". Il brigante scoppiò a piangere e disse alle guardie; "Sono un ladro e un brigante, portatemi via!" e rivolto al vescovo:"Perdonami in nome di Cristo e prega Iddio per me!". 
Morale della favola:
A volte un dono ha il potere di cambiare la vita di chi lo riceve e di rasserenare l'animo di chi lo fa.






sabato 8 novembre 2014

Bisogno di favola

Scartabellando nei cassetti della mia scrivania, mi è capitato tra le mani un ritaglio  di un articolo di Vittorino Andreoli che mi ha incuriosito leggendo solo il titolo: "Bisogno di favola". L'ho trovato interessante e ritengo sia molto importante farlo conoscere attraverso la pubblicazione in questo mio blog nelle sue linee essenziali. Generalmente si dice che la favola è pertinente al mondo bambino e che l'utopia esprime invece il grande sogno degli adulti. In entrambe le forme si rappresenta e si inventa un mondo che ancora non c'è o che non c'è più, ma che può farsi reale, diventare cronaca. "Oggi più che mai - sostiene Andreoli - c'è bisogno di favole perchè servono per vivere, per coltivare il bene anche quando tutto sembra guidato dal male, dai cattivi invece che dai buoni". Bisogno di favole non di Internet, che sa di robotica e le favole le sanno raccontare bene soltanto le mamme e le nonne in un clima di famiglia che crea una magia che certamente manca agli spettacoli della televisione. Andreoli conclude il suo articolo raccontando una favola che non c'è, in cui uomini grassi e potenti con il portafogli in mano cercano di comprare tutte le favole per poi bruciarle poichè vogliono solo che esista la cronaca del mondo da loro dominato e pensano così di impedire di poterne desiderare uno migliore, facendo credere che  quello del sopruso ( e della corruzione aggiungo io) sia il migliore dei mondi possibili. Ma ecco che un intero asilo di bambini e bambine si mobilita e su un grandissimo tappeto volante giungono al palazzo del re e con una magia trasformano il sovrano cattivo in un bambino. Da cattivo diventa buono pur restando re e di proprio pugno scrive e firma su una lavagna un decreto in cui garantisce che le favole saranno la guida per un nuovo mondo. E così inizia una nuova vita, una nuova favola e "tutti, proprio tutti, vissero felici e contenti". Nel leggere questa favola di Andreoli,mi tornano in mente le parole di papa Francesco quando dall'alto del suo magistero implora: "Non togliete la speranza di un futuro migliore ai giovani" rivolgendosi ai nostri governanti che, non tutti per fortuna, continuano a ritenere l'interesse personale, il sopruso e la corruzione le sole forme necessarie per impedire l'avvento di un nuovo modello gestionale della cosa pubblica, finalizzato all'esclusivo interesse della collettività nazionale. Ecco perchè c'è " bisogno di favola"; favola intesa come cambiamento strutturale di un sistema che metta al primo posto la crescita economica e lo sviluppo socio culturale di un popolo che merita rispetto ed attenzione: il popolo italiano.

sabato 1 novembre 2014

Visita ai cari defunti


Ogni anno il 2 novembre si celebra la commemorazione dei defunti. E' un giorno diverso da tutti gli altri in quanto i nostri cari defunti riceveranno la visita di tanta gente, parenti, amici e conoscenti, i quali poseranno sulla loro tomba un fiore o reciteranno una preghiera di suffragio,  nella consapevolezza che questo nostro gesto di fratellanza umana ci faccia ricordare che la nostra vita non finisce nel buio di una tomba ma che continua nell'aldilà trasfigurata nella luce e nella gloria del Paradiso. A tal proposito il poeta FADANI, mio carissimo amico, qualche anno fa ha composto una poesia scritta proprio per ricordare i nostri cari e me l' ha fatto leggere affinché io potessi trovare un po di serenità, dopo la perdita della persona più cara della mia vita. Devo confessare che con questi versi Mimmo è riuscito ad emozionarmi, perché il suo profondo rispetto per i cari defunti rispecchia in maniera perfetta la mia visione religiosa della vita, intesa come dono di Dio.


Amate ombre
invadono la mia mente
nell'inquieto silenzio della notte
visi cari
ormai defunti:
parenti
amici, conoscenti.
Calvario di carne
per man tremanti vagano
nel mare eterno dell'oblio
ed io
mormorando una prece,
supplico per loro
la pace a Dio.

Sono versi che in una circostanza come questa ti toccano nel profondo dell'anima e ti danno una sensazione di pace interiore che, attraverso la preghiera, ti aiuta a superare momenti di profonda tristezza.
 Il messaggio contenuto in questa sua poesia è: non dimentichiamo i nostri morti e rivolgiamo a Dio una preghiera in loro suffragio non solo il 2 novembre, ma ogni giorno dell'anno.